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editoriale

Uranio di Stato

In questo periodo è tornata alla ribalta la parola negazionismo. Ciclicamente capita.
Dal secondo dopoguerra ad oggi il più ricorrente è il negazionismo dell’Olocausto; tuttavia non è raro imbattersi nella negazione di fenomeni storici accertati: c’è chi “nega” le foibe, chi “nega” la pulizia etnica di Slobodan Milosevic, chi “nega” i gulag e le deportazioni di Stalin, chi “nega” i Desaparecidos argentini e potremmo andare avanti ancora.
Da qualche mese il termine negazionismo è stato declassato alla classificazione di quanti non credono al covid, né alle vittime del covid; i cosiddetti negazionisti del Covid-19 che recentemente, in occasione della manifestazione anti-mascherina (no-mask) a Roma il 10/10/2020, hanno monopolizzato prepotentemente la ribalta mediatica.
Purtroppo ciò è avvenuto a discapito di una notizia che soli due giorni prima, il giorno 08/10/2020, ha ottenuto pochissima risonanza nonostante avesse a che fare con un “duro e puro” negazionismo: quello dei vertici militari italiani a proposito dell’ uranio impoverito.

È morto a Cagliari Marco Diana, ex maresciallo dell’esercito, protagonista della lotta contro l’utilizzo dell’uranio impoverito nelle missioni militari all’estero […]
Con le sue battaglie legali e proteste, dai cartelloni agli appelli social degli ultimi anni, ha contribuito a sollevare altri casi come il suo, e infrangere l’omertà sulle malattie da missione.

Fonte: La Repubblica

In ambito militare è noto ormai da molti anni il pericolo sanitario correlato all’utilizzo delle munizioni con uranio impoverito. Peccato che i nostri militari non siano stati messi al corrente dei rischi per la propria salute dovuti al contatto diretto con i residui delle bombe e delle munizioni a uranio impoverito utilizzati nei teatri di guerra o nei poligoni militari.

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Non sono stati equipaggiati con DPI adeguati a schermirli dalla radioattività e dalla tossicità delle nanoparticelle sprigionate a seguito dell’impatto delle munizioni a uranio impoverito con i bersagli metallici impattati.

Ed è per questo che si sono ammalati. E’ una verità accettata da tutti tranne che dal Ministero della Difesa che continua a ricorrere in appello ogniqualvolta un giudice si esprime a favore dei militari che chiedono giustizia (risarcimenti inclusi) per i danni subiti nell’esercizio del proprio dovere.

Con una sentenza pubblicata il 4 ottobre 2018, la Cassazione ha rigettato due dei tre motivi del ricorso avanzato dal ministero contro la decisione della Corte d’appello di Roma che aveva confermato la condanna in primo grado della Difesa per condotta omissiva, non avendo protetto adeguatamente il caporalmaggiore Salvatore Vacca, morto di leucemia l’8 settembre 1999, a soli 23 anni, dopo aver partecipato ad una missione in Bosnia con la brigata Sassari, nel novembre 1998.

Così facendo la Suprema Corte ha riconosciuto il nesso causale tra uranio impoverito e patologie tumorali e riconosciuta la “colpa” dell’Amministrazione della Difesa per aver ignorato i pericoli nell’esporre i militari italiani su teatri operativi in cui vi era stato l’utilizzo di munizionamento all’uranio impoverito.

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