In memoria di
Marco Marchioni
trabajador social E luchador político
Arrivò a Gela dalla Spagna
dove aveva affiancato gli antifranchisti e i sostenitori
del ritorno alle libertà democratiche.
Instancabile promotore di democrazia partecipativa.
Eyvind Hytten
Sociologo E FILOSOFO
Non credeva di poter
cambiare il mondo,
credeva però
nella promozione dello sviluppo nelle terre disagiate.
Arrivò a Gela partendo
in Vespa dalla Norvegia.
Il 21 e 22 febbraio 2020, proprio mentre a Codogno veniva certificato il primo contagio da Covid-19, a Gela si teneva la prima tappa dell’EniCiclo, una iniziativa di Eni in collaborazione con la Coldiretti finalizzata al racconto di buone pratiche di economia circolare.
A distanza di un mese, il 22 marzo, a Las Palmas di Gran Canaria, moriva Marco Marchioni, voce narrante, insieme a Eyvind Hytten (scomparso già da molti anni), di altro tipo di iniziativa dell’ENI a Gela di cui proveremo, nel seguito, a raccontare la storia.
Nel 1963 fu inaugurato a Gela il polo petrolchimico voluto in Sicilia da Enrico Mattei (che intanto era morto un anno prima) per raffinare una materia prima che lo stesso Mattei aveva inseguito non solo all’estero ma anche in Italia: il Petrolio.
Nasceva così a Gela una città fantascientifica risultato di oltre 30 milioni di ore lavorative e di un investimento da 140 miliardi di lire.
La coppia Marchioni/Hytten entrava in gioco proprio per volere dell’ENI. Anzi, come ci racconta il giornalista e scrittore Salvatore Parlagreco, amico di entrambi, per volere di alcuni dirigenti dell’ENI, uomini di cervello fino e di vedute larghe, ideologicamente imparentati con la sinistra politica e sociale del Paese (art. cit. Scompare Marco Marchioni. Scrisse con Eyvind Hytten la bibbia del meridionalismo), che sarebbero diventati minoranza nel corso degli anni, tanto più dopo la morte di Mattei.
Cosa volevano ottenere dai due sociologi?
Lo racconta bene lo stesso Marchioni nel video:
… noi ci dicono sociologi, no, noi andammo per fare un lavoro sociale che permettesse in qualche modo di ricostruire i rapporti tra l’industria e la comunità gelese perché un settore dell’ENI era preoccupato per la situazione che si stava creando a Gela.
Quale situazione si stava creando a Gela?
Un processo di industrializzazione rapido e imponente che stava sconvolgendo gli assetti ambientali, economici e sociali di un territorio e di una popolazione già avviata lungo un percorso graduale di trasformazione.
Prima di questo momento di svolta territoriale, a Gela vigeva un’economia prettamente agricola. Nell’immediato dopoguerra le condizioni di vita erano precarie, i braccianti erano totalmente in balia dei soprusi e degli abusi dei latifondisti. Soltanto negli anni ’60 la Cassa del Mezzogiorno concederà ai contadini appezzamenti di terreno, utili alla coltura del cotone.
Nel momento stesso in cui il settore primario iniziava a crescere in maniera apparentemente più sana, tanto in termini di sfruttamento del territorio che in termini di benefici economici, a Gela interveniva l’Eni.
La storia del settore primario di Gela a quel punto cambiava direzione: certo non parallela a quella del primo vero sviluppo industriale della città ma, al contrario, pesantemente influenzata da quest’ultima e deviata dal suo graduale percorso di crescita.
Il petrolchimico ha infatti sottratto all’agricoltura gelese ettari di terreno e manodopera. L’abbandono delle campagne da un lato e l’abusivismo urbano dall’altro, figlio di una crescita demografica non controllata (da 40000 a 80000 abitanti in poco tempo), hanno contraddistinto la prima fase di crisi acuta dell’industria agricola.
Il benessere hic et nunc rappresentava l’ambizione e al tempo stesso l’obiettivo principe di un patto che l’ENI, un’azienda a partecipazione statale, stringeva con la città.
A 50 anni dalla pubblicazione del libro di Marchioni e Hytten, Industrializzazione senza sviluppo Gela: una storia meridionale, proviamo a tracciare un bilancio dell’esperienza industriale gelese coadiuvati dal giornalista e scrittore Salvatore Parlagreco con il quale abbiamo avuto modo di parlare qualche giorno fa e che ci ha offerto numerosi spunti di riflessione e di dibattito*.
* N.d.A. Salvatore Parlagreco ha condiviso con noi la sua idea di una giornata di studio sul “lavoro sociale” di Marchioni e Hytten a Gela; ci auguriamo che si realizzi perché i due anni di attività in Sicilia dei sociologi non vadano dimenticati né i suoi risultati persi.
Salvatore lei ha conosciuto personalmente Marchioni e Hytten?
Si, ero amico di entrambi e tuttora sono in contatto con il figlio di Hytten, Mario, che è rimasto molto legato alla Sicilia.
Quali sono state le motivazioni per cui l’ENI scelse Gela?
Il meridionalismo doveva necessariamente trovare uno sbocco: dalla teoria alla pratica per intenderci. Gela è stata l’occasione di dare realizzazione concreta a uno dei tanti piani di sviluppo del Sud elaborati e redatti su carta.
Un insediamento produttivo di siffatte dimensioni non è stato dunque uno strumento di neo-colonialismo politico, finalizzato alla creazione, tramite posti di lavoro, di una solida rete di clientelismo?
No, direi di no. Questo è venuto dopo, è stato un effetto e non una causa. Dietro la costruzione del petrolchimico a Gela c’era una volontà “vera” di risollevare le sorti del sud Italia. La testa di ponte è stata la Cassa del Mezzogiorno.
Cos’è che non ha funzionato allora?
Beh tante cose. In primis è mancata una strategia realmente efficace.
Non mi riferisco al ritorno economico aziendale, anzi da quel punto di vista i profitti non sono affatto mancati per i vertici dell’ENI; il limite, però, è stato proprio quello e cioè che una azienda a partecipazione pubblica, una azienda di Stato, avesse improntato le attività del Petrolchimico gelese alle regole di mercato che disciplinano l’iniziativa puramente privata.
Un esempio su tutti: il Petrolchimico continuò a rifornirsi a prezzi vantaggiosi da aziende lombarde nonostante in loco esistesse un indotto in grado di soddisfare le sue richieste in quanto a forniture, anche se a prezzi meno competitivi rispetto ai collaudati e fidati fornitori del Nord ***.
Certo, nulla di strano se si fosse trattato di una S.p.A. a tutti gli effetti, ma da una azienda di Stato ci si sarebbe aspettato altro atteggiamento anche e soprattutto in considerazione delle intenzioni con cui era nato il Petrolchimico e di cui abbiamo parlato in precedenza.
*** N.d.A. L’anomalia evidenziata da Salvatore Parlagreco è riscontrabile anche nell’ indotto “passivo”, vale a dire per quelle piccole aziende insediate nel territorio gelese che non potevano comprare la plastica direttamente dal Petrolchimico, ma dovevano farlo da una ditta milanese, pagando il medesimo prezzo di ogni altro cliente, compresi i costi di trasporto di un prodotto che usciva dalla porta accanto (è il caso ben noto della Gela Plast).
L’idea miracolistica, a cui Marchioni e Hytten imputavano il fallimento dell’insediamento industriale gelese, secondo cui un grande investimento in una terra povera avrebbe risolto tutti i problemi socio-economici, aveva alla fin fine una qualche speranza di realizzarsi?
No, direi proprio di no.
Nessuno forse si è mai posto la domanda: sarebbe potuto andare diversamente? Non se la posero né Marco né Eyvind, dopotutto non era il loro mestiere.
Non se la posero nemmeno i dirigenti ENI (Mattei in primis) che decisero di investire a Gela, non se la pose nemmeno lo Stato che investì nell’opera tramite i soldi della Cassa del Mezzogiorno.
A Gela non esistevano le condizioni perché un insediamento industriale di grande dimensioni, quale è stato il Petrolchimico, si integrasse, senza colpo ferire, in un territorio per nulla pronto, né dal punto di vista ambientale né da quello sociale né tanto meno da quello politico, ad un “salto” produttivo così marcato da trasformarsi a lungo termine, secondo anche quanto previsto dagli stessi autori del libro, in un boomerang.
Marchioni e Hytten hanno sempre ribadito che l’idea di fondo sbagliata era quella di non aver previsto nessun tipo di rapporto tra la cultura contadina tradizionale e l’industria***. Tecnici e dirigenti (del nord) rivendicavano il successo dello stabilimento, tutto ciò che non andava era da attribuire ai gelesi e ai politici locali. Ma sarebbe stata possibile una compenetrazione tra valori tradizionali e grande industria?
Come sopra, no.
No, perché un territorio con una grande storia alle spalle, con una economia prevalentemente agricola e con usi e costumi tipici di una società contadina non poteva che essere sconvolto economicamente, socialmente, culturalmente e politicamente da un insediamento industriale di siffatte dimensioni.
Nessun territorio con le caratteristiche di Gela avrebbe potuto reagire diversamente.
Tutti ambirono a diventare operai, non solo i contadini ma anche i maestri di scuola per intenderci; senza manodopera l’agricoltura inevitabilmente sfioriva, senza formazione professionale (visto che i tecnici venivano tutti dal nord Italia) non ci sarebbe stata nessuna possibilità per la comunità locale di andare oltre la dimensione operaia, senza controllo la crescita demografica avrebbe certamente prodotto abusivismo urbano, senza politici sufficientemente lungimiranti e con una consistente facoltà decisionale nulla avrebbe impedito ai centri di potere milanesi dell’ENI di decretare le sorti di un territorio, senza una legislazione in materia ambientale i danni sarebbero stati tanti e irreversibili, senza una programmazione efficace, come già detto in precedenza, sarebbe inevitabilmente iniziata una lunga parabola discendente che avrebbe lasciato a Gela, come in qualunque altro territorio con le medesime caratteristiche, solo macerie.
*** N.d.A. Marchioni e Hytten avevano proposto ai dirigenti ENI l’istituzione di un seminario permanente sui rapporti tra cultura contadina e industria.
Quello di cui i due sociologi non hanno parlato e per cui, a distanza di tempo, sono stati oggetto di critiche (aggiungerei in malafede considerando che non rientrava né nelle loro competenze né tanto meno negli obiettivi del loro lavoro), è il danno ambientale e alla salute provocato dal Petrolchimico e il pericolo delle infiltrazioni mafiose. Può dirci qualcosa a riguardo?
I danni alla salute a lungo termine sono stati rilevanti; l’aspetto che spesso viene tralasciato ma che non è meno rilevante rispetto alle morti per tumore, sono i numeri (alti) di suicidi e malati mentali***.
Non sono dunque da trascurare i danni psicologici oltre a quelli fisici che potrebbero essere legati, in una relazione causa-effetto, alle attività del Petrolchimico; si tratta di statistiche importanti che meriterebbero un approfondimento.
Sulla mafia che dire? Una eccessiva dotazione di risorse non poteva passare inosservata a Cosa Nostra che ha da sempre cercato un terreno di pascolo in occasione di qualsivoglia investimento pubblico nel sud Italia (ma questo è un altro discorso).
*** N.d.A. Nel corso degli anni, è cresciuta sensibilmente la percentuale di persone che hanno fatto ricorso ai centri di salute mentale anche solo per curare gli stati ansiogeni provocati dalla raffineria.
Cosa ha rappresentato Macchitella per Gela e per i gelesi?
Da un lato la cartina di tornasole del benessere indotto dal Petrolchimico, dall’altro una ulteriore breccia nell’ingranaggio arrugginito che regolava i rapporti tra la comunità locale residente in città e i tecnici o i dirigenti che risiedevano a Macchitella beneficiando di vantaggi negati alla popolazione locale.
Vasca nel bagno, acqua, ascensore, verde, insomma il quartiere rispetto alla vecchia Gela era un’altra storia. Acqua, gas e luce venivano da Eni.
Dire di venire da Macchitella era diverso che dire di venire da Gela.
Macchitella era un’isola, una zona autosufficiente, anche se oggi ormai è inserita nel quartiere urbano; tra l’altro chi vi parla ha anche vissuto a Macchitella.
In conclusione, cosa è stato il Petrolchimico di Gela?
Una cattedrale senza chiese intorno.
N.d.A. Un sentito grazie a Salvatore Parlagreco per quanto ha voluto condividere perché potessimo meglio comprendere e raccontare la storia a Gela di Marchioni e Hytten.
Nel corso di una breve deviazione dal tema principale del discorso, Salvatore, sulla scorta della sua lunga e proficua carriera di giornalista e editore, ci ha ammonito che non basta raccontare la notizia, ma è più che mai necessario, soprattutto oggi, raccontare il contesto e analizzare le cause che hanno determinato la notizia.
Speriamo di esserci riusciti, in questo articolo, ad esclusivo beneficio del lettore; certo non siamo stati esaustivi (e non potevamo esserlo) ma se anche avessimo solo suscitato, nel lettore, la curiosità di approfondire il tema affrontato, sarebbe per noi un successo.