Per fortuna e purtroppo esistono le giornate della memoria.
Per fortuna, perché sono l’occasione non solo per commemorare ma anche per conoscere.
Purtroppo, perché non dovrebbe essere necessario istituzionalizzare il ricordo confinandolo in una sola giornata ma occorrerebbe viverlo nella vita di tutti i giorni.
Il 27 gennaio, il 27 giugno, il 29 giugno, il 2 agosto, l’8 agosto, il 25 aprile, il 1° maggio sono giornate simbolo di un sacrificio umano che vale da monito perché non si ripeta e da sprone ad un rinnovamento sociale tale da disinnescare ogni possibile tentativo, consapevole o involontario, di prevaricazione o abuso a scapito dell’individuo e della comunità.
Nell’ottica di questa auspicata crescita civile, sarebbe bello se un giorno si istituisse una giornata della memoria anche per alzare definitivamente il sipario su tutte le vicende di negligenza, di indifferenza, di connivenza, di complicità, di superficialità umane che hanno provocato vittime, anche fosse una sola vittima. Se infatti è vero, come proclama il Talmud, che chi salva una vita salva il mondo intero, se ne deduce che chi spezza una vita uccide il mondo intero.
E allora avanti, ognuno si senta in diritto e dovere di ricordare le vittime di altre epoche e di altre vicende, in più e oltre quelle istituzionalmente ricordate e commemorate.
Tocca anche a me allora.
Io oggi, 1° febbraio, voglio commemorare tutte le vittime, militari e civili, dell’isotopo 238, ai più noto come uranio impoverito, e delle nanoparticelle di metalli pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico.
Voglio esprimere la vicinanza morale e civile ai familiari di tali vittime e a tutti coloro che a tutt’oggi combattono strenuamente contro i danni fisici provocati dall’uranio impoverito e dalle nanoparticelle, danni subiti nel corso della propria attività professionale e quindi nell’esercizio del proprio dovere.
Vittime di Stato, qualcuno li ha chiamati.
Si, vittime dell’omertà istituzionale ma anche della indifferenza civile, quella di noi cittadini che ci riteniamo estranei alle vicende di queste persone solo perché nessuno di noi e dei nostri familiari ha dovuto patire tali sofferenze.
Oggi diamo voce a una di tali vittime del dovere che racconta la sua storia di dolore e di coraggio e per coraggio non intendiamo solo quello personale ma parliamo anche del coraggio di un uomo delle istituzioni che si è adoperato e si adopera perché tutti conoscano la verità sull’argomento.
Per questo motivo gli siamo grati e chiediamo a chiunque avrà modo di ascoltare la sua storia di aiutarci a diffonderla.