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editoriale

Un “pieno” di marketing

Avete mai sentito parlare di wokewashing? No?
Allora restate qui altri 2 minuti e ve lo raccontiamo.

Si parla di Woke washing quando i brand sfruttano grandi temi di attualità e di discussione pubblica o mostrano un improvviso attivismo nei confronti degli stessi, ma lo fanno perlopiù in maniera interessata, per trarne profitti economici o dissimulare politiche aziendali controverse.


La definizione di woke washing dello Urban Dictionary è «usare temi di giustizia sociale come strategia di marketing». In effetti, come sottolinea anche The Guardian, si è cominciato a parlare di woke washing quando aziende e grandi gruppi internazionali hanno preso a sfruttare temi come quelli dei diritti civili, dell’ambiente, dell’uguaglianza sociale, ecc. per arrivare più facilmente a target specifici di consumatori facendo leva su sensibilità, stili di vita, schemi valoriali di ciascuno di questi e, soprattutto, quando i brand hanno preso a fare del proprio attivismo nei più diversi campi una sconfinata operazione pubblicitaria (tanto che anche il mondo dell’advertising sembra avere riserve nei confronti dell’attivismo di brand a tutti i costi e che in Unilever woke washing e altre pratiche simili sarebbero considerate, secondo le parole di un portavoce, «la rovina dell’industria pubblicitaria»).

Di fatto il woke washing è molto simile al greenwashing ma più generico, non esclusivamente incentrato su temi green come il rispetto dell’ambiente, la riduzione del consumo di plastica per i packaging, l’utilizzo di fibre naturali anche per la produzione di abiti low-cost e sui tentativi di un brand o di un settore di far apparire più sostenibile la propria intera filiera produttiva.

Di recente, per esempio, L’Oréal è stato accusato di woke washing quando ha deciso di eliminare dalle etichette dei propri prodotti termini come “sbiancante” o “schiarente” come segno di vicinanza alla Black community: un’operazione solo di facciata, è stato questo l’argomento dei detrattori, considerato che in un passato recente la stessa casa cosmetica francese aveva interrotto collaborazioni con alcuni testimonial proprio a seguito di dichiarazioni di questi ultimi a supporto del movimento Black Lives Matter.

Tratto da INSIDE MARKETING JOURNAL

Vi pare già tutto più chiaro?
Passiamo allora alle “cose di casa” nostra.

Da diverso tempo, per la precisione da febbraio 2022 e in particolare a partire dal Festival di Sanremo in cui il brand è stato lanciato per la prima volta, siamo spettatori in tv della campagna pubblicitaria di Plenitude.

È iniziata una nuova stagione. Plenitude: abbiamo energia per cambiare.

Di cosa si tratta?

(Leggiamo da Wikipedia)
Eni Plenitude S.p.A. Società Benefit (precedentemente Eni gas e luce S.p.A. Società Benefit) è un’azienda italiana controllata al 100% da Eni S.p.A. che integra la vendita e commercializzazione di gas ed energia elettrica per famiglie e imprese con la produzione di energie rinnovabili e la gestione dei punti di ricarica per veicoli elettrici.

Come spesso accade in questi casi, è necessario soppesare la differenza tra quanto viene “pubblicizzato” e la realtà dei fatti.
Il Piano investimenti 2021 -2024 di ENI prevede una completa decarbonizzazione al 2050 (con maggior precisione: emissioni nette 0 al 2050). L’azienda prevede di abbattere il 75% delle proprie emissioni di CO2 dopo il 2030 il che significa tagliare le emissioni solamente del 25% entro il 2030. A dispetto di quanto sostiene da tempo la comunità scientifica, vale a dire che il decennio 2020-2030 sia quello in cui dobbiamo concentrare i massimi sforzi di decarbonizzazione, ENI procederebbe con l’incremento dell’estrazione di gas e di petrolio: due fonti energetiche responsabili dell’emergenza climatica.

Siamo perciò di fronte ad un caso di greenwashing la declinazione ambientale del concetto di wokewashing?

Il fatto che, a seguito della presentazione del piano di investimenti sopra citato, ENI abbia deciso di creare una Società Benefit * e sponsorizzare una attenzione crescente per l’ambiente in apparente contrasto con le scelte economiche dell’azienda stessa induce a nutrire qualche dubbio sull’effettiva transizione energetica del colosso a sei zampe.

A voi lettori il diritto / dovere di approfondire per capire meglio e formarvi autonomamente una opinione basata sui fatti.

Ad maiora.

* Le Società Benefit (SB) rappresentano un’evoluzione del concetto stesso di azienda: integrano nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera.


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