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editoriale

Anche i ricchi piangono

Che dispiacere vedere gli italiani (e non) che scappano da Dubai per via di qualche bombardamento siriano che disturba la quiete della ricchezza.

Poverini, erano andati lì pensando che il mondo intorno potesse anche crollare intorno alla propria bolla e invece quella bolla è scoppiata.

Che profondo dispiacere.

Dev’essere stato uno shock. Non tanto per il rumore in sé — quello si può sempre coprire con vetri insonorizzati e qualche cocktail in più — ma per l’idea, insopportabile, che il caos possa infiltrarsi anche nei luoghi progettati per esserne immuni.

Dubai, vetrina perfetta di un mondo dove tutto sembra sotto controllo, dove il lusso funziona da barriera invisibile contro il resto del pianeta, improvvisamente si incrina. E allora ci si accorge che nessun attico, nessuna piscina a sfioro, nessun conto in banca è davvero in grado di mettere distanza tra noi e ciò che accade fuori.

Per anni abbiamo guardato le guerre come si guarda un servizio al telegiornale: con un misto di distrazione e sollievo, rassicurati dal fatto che accadessero “altrove”. Altrove, appunto. Una parola comoda, elastica, che oggi sembra accorciarsi pericolosamente.

Fa quasi tenerezza questa improvvisa presa di coscienza. Il realizzare che il mondo non è diviso in zone sicure e zone sacrificabili, ma è un unico spazio interconnesso, dove le crepe prima o poi arrivano ovunque, anche nei salotti più ovattati.

E così, tra un volo di rientro e una storia indignata sui social, si affaccia una verità scomoda: i teatri di guerra non sono poi così lontani dalla nostra quotidiana tranquillità borghese. Forse non lo sono mai stati.

Siamo stati solo molto bravi a non guardarli troppo da vicino.


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