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editoriale

Acqua,
ripubblicizzare si può?

Si deve.



Dal 2011, data del referendum sull’acqua, ad oggi sporadici e a volte infruttuosi sono stati i tentativi di rendere nuovamente pubblica la gestione di un bene prezioso: l’acqua.
E’ notizia di ieri che la giunta Appendino rompe gli indugi e annuncia che chiederà all’assemblea dei soci della Società Metropolitana Acque Torino S.p.A. (SMAT) di trasformare l’azienda in una società consortile di diritto pubblico. Il che significherebbe realizzare la volontà emersa dal referendum del 2011: far tornare pubblica la gestione dell’acqua.

Che costi ha per il Comune (e per i Comuni serviti) tale decisione? Costi di cessazione delle convenzioni in corso, indennizzo ai gestori estromessi, liquidazione soci ad esempio.

Quali i vantaggi a lungo termine per i cittadini? Tariffe più basse a seguito dell’ annullamento dei profitti privati ad esempio.

Insomma si tratta di una classica valutazione costi-benefici. Anzi no.

No, perché uno Stato non è un’azienda, perché è stata espressa una volontà civica (e quindi politica) tramite uno strumento previsto dalla nostra Costituzione e non si può derogare appellandosi a potenziali svantaggi economici. La politica ha anche questo dovere: affrontare contingenze economicamente sfavorevoli per difendere una visione politica e sociale: l’acqua è un diritto? E allora lo si difenda, costi quel che costi.

Ad maiora.


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