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editoriale

Resistenza e Resa

Ieri Leyla Guven, storica esponente della sinistra curda in Turchia, è stata condannata a 22 anni e tre mesi di carcere per terrorismo da un tribunale turco.

A partire dal 2015, con l’esplosione del consenso per la formazione filo-curda, si è intensificata la campagna militare turca nel Rojava e sono stati realizzati tanti piccoli golpe Akp-diretti.
Il Partito democratico dei Popoli ha visto imprigionare i propri leader nazionali, Selahattin Demirtas e Fiden Yukesdag, insieme a una decina di altri parlamentari; arrestate migliaia di amministratori locali, membri di partito e semplici sostenitori; commissariare quasi ogni comune vinto nelle due ultime tornate elettorali municipali. E stracciare l’immunità parlamentare solo al fine di poter procedere contro l’espressione della partecipazione politica curda e di sinistra alla vita nazionale, talmente ristretta da accogliere ben poche forme di espressione politica al di fuori dell’erdoganismo.

Questa vicenda non è e non deve essere una pura notizia di cronaca; quello che sta succedendo in Turchia ci riguarda da vicino, eccome.
Il “modello” turco mina alle fondamenta il concetto stesso di democrazia parlamentare, anche il nostro, qui in Italia.

Se la democrazia diventa mero esercizio di potere, se tra l’uomo e l’uomo, tra l’uomo e la società si è frapposto uno schermo invarcabile e opaco, se perfino tra l’uomo e le cose non sono quasi più possibili rapporti diretti e concreti, se non è cioè quasi più possibile la conoscenza, se l’abbandono degli ideali e l’omologazione ci hanno retrocesso da elettori a sudditi, allora forse è giunto il momento di “fermare l’orologio”, di non accontentarci, di non pensare che “si è sempre fatto così”, di non preoccuparci solo di noi stessi e di rimboccarci le maniche per cambiare le cose.

Demagogia? No, o forse si, ma solo per quelli (tanti) che ormai di “umano” non hanno più nulla.

#RestiamoUmani


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