Ad inizio febbraio si è svolto a Città del Capo, capitale legislativa del Sudafrica, un Match for Africa, tra due dei più grandi tennisti degli ultimi vent’anni (Roger Federer e Rafa Nadal).
La sfida è stata organizzata col patrocinio di prestigiosi sponsor e il ricavato è andato a favore della fondazione dello stesso Roger Federer, la Roger Federer Foundation che si occupa dei bambini della Namibia.
Tennis al servizio della beneficenza.
Peccato che la manifestazione si sia svolta nello stato più ricco del continente africano, dove, nonostante Mandela, le disuguaglianze sociali sono ancora molto accentuate e pochi bianchi detengono la maggior parte della ricchezza a scapito della maggioranza della popolazione nera che popola le tante baraccopoli (slum) presenti nelle maggiori città tra cui Città del Capo.
Peccato che il pubblico fosse rappresentativo solo della parte ricca della popolazione che ha potuto godersi uno spettacolo raro a scapito di tanti poveri (nel vero senso della parola) che, quotidianamente confinati ai margini della società, sono stati confinati anche ai margini della manifestazione.
Peccato che mentre all’interno dello stadio si rideva e si applaudiva, fuori, a pochi passi da quella manifestazione di ostentata ricchezza, probabilmente c’era chi soffriva i tanti e crudeli disagi della povertà e che molto sicuramente non godrà affatto dei benefici dei soldi raccolti (visto che la fondazione di Federer si occupa dei bambini della Namibia).
Peccato che tutti i media nel loro costante tentativo di mistificazione della realtà abbiano solo incensato ed esaltato tale manifestazione.
E allora mi è venuta in mente una scena del film di Checco Zalone (Sole a catinelle) in cui tanti industriali aderenti a Confindustria, insieme a eminenti cardinali e a rappresentanti vari dell’alta società, tutti partecipanti ad una serata di beneficenza, danno sfoggio di magnanimità e solidarietà bevendo champagne e mangiando caviale, sbandierando, al termine della serata, un assegno di ben 30.000 euro raccolti (a fronte di una cena che ne valeva molto di più).
Beh ecco cosa è stato per me questo Slam d’Africa: una ostentazione di ricchezza e una manifestazione della superiorità dei ricchi che possono concedersi eventi che ai poveri saranno sempre negati.
E allora come non pensare al Rumble in the Jungle (La rissa nella giungla), storico incontro di boxe tra l’allora campione del mondo dei pesi massimi George Foreman contro il precedente campione Muhammad Ali allo Stade Tata Raphaël di Kinshasa nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo).

Come non pensare ad Ali che gira tra la gente, incontra ogni tipo di persone; si fa accompagnare anche nei quartieri più poveri o malfamati. Nelle gigantesche bidonville dove manca la luce elettrica e ovviamente non c’è l’ombra di un televisore, lui è comunque conosciuto e riconosciuto come se fosse uno di casa, con la differenza che è idolatrato e venerato al punto tale da far pensare che stia per combattere per loro, per gli africani, ancora prima che per lui. Non è soltanto una questione di fascinazione o di ascendente, perché quello Ali lo esercita in ogni luogo del mondo in cui si rechi; stavolta c’è di mezzo una vera e propria forma di appartenenza: gli abitanti di Kinshasa, come il resto degli africani, hanno riconosciuto in lui un vero fratello, uno che ogni volta che ha parlato per sé, automaticamente ha parlato anche per loro; ogni battaglia che ha condotto, l’ha condotta perché altri neri, in futuro, non dovessero più aver bisogno di lottare per rivendicare ciò che spetta loro di diritto.
Dall’esempio di Ali ecco quindi l’invito a Roger e Rafa: non giocate lo SLAM ma giocate per e nello SLUM d’Africa.