Troppe volte, negli ultimi tempi, ascoltiamo proclami libertari e slogan pubblicitari inneggianti alla difesa dei valori di fratellanza, uguaglianza e coesione sociale.
Gli autori di questi proclami sono spesso (ex) sessantottini o esponenti di una (presunta) cittadinanza attiva contigua agli eredi del Partito Comunista che di comunista (o socialista) hanno solo (forse) il poster di Che Guevara in cantina, retaggio di un (tra)passato ideologico di cui, oggi, raccontano dalle comode poltrone di salotti televisivi o di tribune editoriali ammantate di buonismo; in fondo, però, l’impressione è che siano al soldo di ricchi editori che consentono al “rivoluzionario” di turno di “abbaiare alla luna” nel tentativo di porsi come modello di “resistenza” moderna alla corruzione sociale e morale dei poteri forti, ma, in fondo, è predominante l’immagine di un anticonformismo di facciata fine a se stesso.
Da qualche tempo, all’elenco dei pulpiti buonisti, se n’è aggiunto un altro: la pubblicità televisiva da parte di multinazionali promotrici delle ben note strategie di greenwashing e di social washing.
E’ grave? No, le multinazionali fanno semplicemente il loro gioco, animate dall’unico obiettivo dell’incedere verso l’aumento di capitale (e di guadagno).
Ciò che è grave è che, per le loro pubblicità, si avvalgano della collaborazione (immaginiamo molto ben ricompensata) di artisti e attivisti di sinistra (presunta) a cui il nostro amato capitalismo, malato di esclusione sociale, violazione dei diritti fondamentali delle persone e dell’ambiente (si, anche l’ambiente ha i suoi diritti), corruzione politica e sociale, economica e morale, non dispiace poi così tanto se ne beneficiano i loro conti in banca.
In fondo lo fanno “per qualche dollaro in più”.
Ad maiora (forse).