Il 14 giugno ricorre l’anniversario della nascita di Ernesto Che Guevara. Per alcuni è un’icona rivoluzionaria, per altri una figura controversa della storia del Novecento. Ma al di là delle polemiche e delle semplificazioni, una domanda resta aperta: chi raccoglie oggi l’eredità di chi ha scelto di schierarsi dalla parte degli ultimi?
Il mondo è cambiato profondamente rispetto agli anni in cui visse il Che. Sono cambiate le forme della politica, i rapporti internazionali, gli strumenti della partecipazione democratica. Nessuno può pensare di riproporre nel presente le esperienze e le modalità di lotta di un’altra epoca. Le trasformazioni sociali si costruiscono oggi attraverso il confronto democratico, l’azione collettiva, i movimenti civili, la cultura, il lavoro quotidiano di chi difende diritti e dignità.
Ma ciò che non è cambiato è l’esistenza delle ingiustizie.
Viviamo in un tempo in cui immense ricchezze si concentrano nelle mani di pochi mentre milioni di persone affrontano precarietà, sfruttamento e povertà. Un tempo in cui il diritto alla salute, all’istruzione, alla casa e a un lavoro dignitoso viene troppo spesso subordinato alle logiche del profitto. Un tempo in cui le guerre continuano a seminare morte e distruzione e in cui la solidarietà viene talvolta dipinta come una debolezza anziché come un valore.
È per questo che il messaggio del Che conserva una forza che va oltre la sua vicenda personale. Non perché appartenga al passato, ma perché continua a interrogare il presente.
Guevara rappresenta l’idea che la neutralità di fronte all’ingiustizia non sia una virtù. Rappresenta la scelta di non voltarsi dall’altra parte quando la dignità umana viene calpestata. Rappresenta la convinzione che la libertà non sia un privilegio individuale, ma una conquista collettiva.
In una società che spesso celebra il successo personale come unico orizzonte possibile, il Che continua a ricordarci che esiste anche il valore dell’impegno disinteressato, della responsabilità verso gli altri, della capacità di mettere il bene comune davanti all’interesse privato.
Per questo la sua eredità non può essere ridotta a una fotografia stampata su una maglietta o a un simbolo consumato dal mercato. Essa vive ogni volta che qualcuno si batte contro le disuguaglianze, difende i diritti dei lavoratori, contrasta il razzismo, sostiene gli esclusi, si oppone alle guerre e alle sopraffazioni.
Le battaglie del Che non si combattono più con le armi. Si combattono nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, nei sindacati, nelle istituzioni democratiche, nei movimenti per la pace e per la giustizia sociale. Si combattono ogni volta che si rifiuta l’idea che il mondo così com’è sia l’unico mondo possibile.
Nel giorno della sua nascita, il modo migliore per ricordare Ernesto Che Guevara non è la nostalgia. È il coraggio di continuare a credere che una società più giusta possa essere costruita. Perché finché esisteranno sfruttamento, povertà e discriminazioni, la domanda di giustizia che attraversò tutta la sua vita continuerà a parlare alle coscienze di uomini e donne liberi.