Il sostegno agli studi è il primo tassello di una democrazia avanzata in quanto garantisce l’uguaglianza delle opportunità. Prendendo in prestito una definizione di Elena Granaglia, docente di Scienza delle finanze al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, potremmo estendere l’interpretazione di “uguaglianza delle opportunità” a tre concetti chiave:
- l’uguaglianza di opportunità di partecipazione al mercato, che vede nell’istruzione il mezzo principale per assicurarla;
- l’uguaglianza di opportunità come compensazione delle disuguaglianze dovute alle circostanze;
- l’uguaglianza di opportunità come uguaglianza di capacità (acquisite).
Cosa si intende?
Di seguito due storie che vi faranno capire meglio di cosa stiamo parlando.
N.d.A. Un ringraziamento particolare ad Adriana De Mitri per aver condiviso una esperienza personale che rimanda ad un periodo di lotte e conquiste di cui molti parlano ma solo in riferimento alle lotte e non alle conquiste (e probabilmente lo fanno in malafede).
By Adriana De Mitri
Negli anni settanta c’era il presalario, una borsa di studio che a Bologna era di 750.000 Lire all’anno e permetteva a studenti fuori sede a basso reddito, meritevoli, di studiare in una università di eccellenza.
Io l’ho presa per quattro anni. Pagavo 27.000 lire al Mese di affitto e poi 30.000 (per una stanza doppia) fatevi due conti.
È vero, c’era anche chi ne approfittava, ma il presalario ha permesso di portare a termine un progetto di vita anche a chi solo qualche anno prima non avrebbe potuto nemmeno immaginarselo.
(Ma nel 1996, sempre a Bologna, erano già cambiate le regole per l’attribuzione e, a meno che non si avesse un regolare contratto d’affitto, cosa rarissima, si poteva aspirare solo all’assegno di studio per residenti)
Riflettiamo su quello che avevamo conquistato e abbiamo perso.
E soprattutto chiediamoci come e perché è accaduto.
By Michele di Mauro da una lettera alla Redazione de Il fatto Quotidiano
Spettabile Redazione, non so se mi leggerete mai né se vale a qualcosa scrivervi, ma il vostro mi sembra l’unico giornale con una posizione onesta sul tema del Reddito di cittadinanza. La mia storia col Rdc è particolare, ma poco melodrammatica: non ho bocche da sfamare, a parte la mia, e non chiedo un posto in miniera perché tornare a casa con mani e schiena spaccate è “proletariamente poetico”. Ho 35 anni e tra 13 esami potrei essere medico. Sì, sono “grande”, ma non mi pare che la legge impedisca di fare l’università alla mia età: gli ultimi 10 esami li ho dati grazie al Rdc. Non mi piace fare la vittima, per cui vi risparmio tutta la solfa biografica – papà morto, mamma malata psichiatrica, una relazione naufragata… – e gli anni di lavoro nero, sottopagato, che mi hanno fatto lasciare indietro gli studi. Ma il Rdc ha ribaltato le cose: non più lasciare l’università per il lavoro, ma lasciare il lavoro sottopagato e in nero per studiare. Avere la possibilità di essere studente finalmente a tempo pieno, senza dover chiedere niente a nessuno, vivendo del mio poco senza lamentarmi. Mantenermi una casetta da 340 euro al mese e pagarmi le tasse universitarie con meno ansie.
Io m’ero illuso, prendendo il Reddito di cittadinanza, che le cose stessero finalmente andando come avrebbero dovuto: la comunità avrebbe dato a me un sostegno e io avrei restituito alla comunità il mio essere un bravo medico. Adesso mi ritrovo a sentirmi come a 20 anni: nauseato e schifato da questo Paese e dal suo governo, e pure dal suo elettorato piccolo-borghese che osa chiamarmi fannullone e drogato, mentre io sto facendo fatica sui miei appunti di Cardiologia. Noi oggi stiamo andando oltre l’idea che, per un povero, finire l’università è un capriccio o un lusso. C’è un salto di qualità nel linguaggio, col quale le solite idee padronali e regressive vengono espresse: i “bamboccioni” di Padoa-Schioppa, i “choosy” della Fornero, gli “sfigati” di Martone… Ma ora è anche peggio, perché i politici te lo dicono in faccia, senza eufemismi: sì, il padrone comanda e il servo obbedisce. Vuoi diritti? Fatti padrone! Servire le pizze anche da laureato è giusto, perché il sacrificio è bello. Che questo sacrificio non ti porti da nessuna parte, pazienza. Lo hanno fatto i tuoi nonni, lo fai anche tu. E la fretta, la fretta con cui si sono avventati sul Rdc, senza imbastire alcuna alternativa. A dire: intanto il sussidio lo perdi, parassita. I crampi della fame ti faranno venire voglia di lavorare. Se questo non è regresso, se non è inciviltà, cos’è esattamente? È giusto, accettabile, possibile che, a 13 esami dalla laurea in Medicina, debba farmi il problema di finire in mezzo alla strada o in un dormitorio per barboni? Lasciare la mia casa, mettermi a bussare alle case dei parenti come un pezzente… o, forse, finire a fare il magazziniere in un supermercato o il cameriere?
Nella speranza che in questo Paese in retromarcia possa trovare udienza e visibilità anche la storia di chi ha usato il Rdc come strumento di emancipazione.”
FQ 17 febbraio 2023
Riflettete gente, riflettete ….
Ad maiora