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editoriale

La Resistenza nonviolenta

In occasione del 25 aprile è comune e sacrosanta la commemorazione della Liberazione dell’Italia dal giogo nazi-fascista; in tal modo si celebrano le res gestae che hanno visto protagonista la nostra Resistenza armata e attiva sia nelle città che nelle campagne.

Per lungo tempo però si è trascurata un’altra forma di Resistenza che potremmo definire nonviolenta ma non per questo meno degna di essere ricordata: parliamo della “RESISTENZA” da parte di un numero non ancora definitivo che oscilla dai 650.000 (fonte Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia) agli 810.000 (proposti dallo storico tedesco Gerhard Schreiber) di militari italiani catturati sul territorio nazionale, in Slovenia, Croazia, Albania, Grecia, Isole Egee e Ionie, Provenza, Corsica, deportati nei Lager creati dai Tedeschi in tutta Europa, e sottoposti ad ogni tipo di vessazione perché considerati traditori in quanto avevano rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana instaurata il 23 settembre 1943 da Benito Mussolini nella parte di territorio italiano occupato dai Tedeschi.
Scelsero pertanto di non combattere più al fianco degli ex alleati tedeschi e per questo vennero ristretti negli Stalag nazisti in un primo momento con lo status di «Kriegsgefangene» (Prigionieri di guerra) ma subito dopo, per ordine personale di Hitler, furono sottratti alla tutela, all’assistenza e ai controlli della Croce Rossa Internazionale previsti dalla Convenzione di Ginevra del luglio 1929 sottoscritta, anche dalla Germania, per i prigionieri di guerra, e diventano «Italienische Militär-Internierten», Internati Militari Italiani, I.M.I. (una qualifica arbitraria non prevista dalle convenzioni internazionali).

Perso lo status di “prigionieri politici”, le condizioni di vita all’interno degli Stalag furono estremamente difficili: pur non essendo confinati in campi di sterminio veri e propri, molti non sopravvissero e morirono per fame, tifo e assideramento; avviati al lavoro coattivamente, con orari massacranti (10-12 ore giornaliere), in centri industriali obiettivo primario di bombardamenti aerei alleati, in condizioni di alimentazione e igienico sanitarie di pura sopravvivenza e con razioni di cibo sempre più scarse.

Dal 10 febbraio 1944 la vita degli internati viene resa ancora più dura dall’ordine di Hitler di ridurre le razioni a chi è considerato poco produttivo, applicando il “regime di alimentazione da rendimento”. 

Non è stato stabilito ufficialmente il numero degli IMI deceduti durante la prigionia. Gli studi in proposito stimano cifre che oscillano tra 37000 e 50000.

I reticolati, le baracche di legno, le angherie, il freddo, i pidocchi, la fame, la fatica, le punizioni, le fucilazioni, le impiccagioni accompagnano la permanenza negli Stalag fino alla fine della guerra. A tutti gli internati viene proposto il ritorno in Patria a condizione di aderire alla Repubblica di Salò e continuare la guerra con il fascismo e con i Tedeschi. Per la prima volta ai soldati viene concessa una libera scelta: uscire dall’inferno della prigionia, ma sposare appieno l’ideologia nazi-fascista e tradire il giuramento di fedeltà al Re, o rimanere in cattività rischiando ogni giorno la morte.

Il «No!» della stragrande maggioranza sarà la risposta: una scelta cosciente, etica perché ispirata ad alti principi morali, ed eroica perché comportava il rischio della vita pur partendo da condizioni disumane che avrebbero potuto essere cancellate con una diversa decisione.

Per questo si parla di «Resistenza disarmata» o di «altra Resistenza»: anche questa Resistenza ha un valore storico e invitiamo tutti i nostri lettori ad approfondire queste vicende poco note o comunque non conosciute a sufficienza.

Nel frattempo ci portiamo avanti e vi raccontiamo la storia di un IMI pugliese, Luigi De Mitri.

Dalla voce e dagli scritti di Adriana, sua figlia (con lui nella foto), abbiamo saputo che …


Vai alla pagina Facebook di Adriana De Mitri

[…] grazie al referente dell’ANRP, Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, ho saputo che mio padre, Luigi De Mitri, era stato registrato al suo rientro in Italia dalla Croce Rossa presso il Centro Alloggio di Milano il 30 agosto 1945 con il nome De Nutri Luigi di Carmelo.
Proveniva dallo Stalag III A (di Luckenwalde) […]

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[…] E così dopo anni di ricerche che non davano risposta, il 5 marzo di quest’anno, ho aggiunto l’ultima tessera al complicato mosaico della storia di mio padre, che sapevo essere stato deportato in un campo di lavoro, che sapevo essere stato un IMI, ma non riuscivo a capire per quale motivo non risultasse negli archivi di Buchenwald e nemmeno negli elenchi della Croce Rossa.
(Il nome di mio padre, per la verità, è stato sbagliato due volte… Prima Di Mitri… E poi De Nutri)
Avevo ricostruito la sua storia in base ai miei ricordi di suoi racconti, nemmeno tanto circostanziati, e allora Luckenwalde era diventato Buchenwald e il suo congedo Illimitato era stato richiesto, secondo me, appena scoppiata la guerra…e invece no.
Solo un anno fa avevo trovato l’ennesimo documento che rivelava un’altra verità.
Un foglio di congedo Illimitato.
Mio padre ne fece richiesta nel novembre del 1945, a guerra finita, unicamente per rimanere a. Lecce vicino i suoi genitori, ormai anziani. (Mio padre era l’ultimo di sette fratelli).
Una scelta generosa, della quale si è talvolta pentito, se ricordo bene il tenore di alcune sue discussioni con mia madre.
Ed ecco che i ricordi si rimescolano e fanno posto a una nuova storia che incasella tutto nella giusta posizione.
Almeno quella che si può supporre, perché quali siano stati realmente i pensieri che hanno attraversato la mente di mio padre, e di tutti gli altri militari, in quei drammatici giorni di guerra e dopoguerra non è dato saperlo con certezza.


… e raccogliamo il suo invito a …


Vai alla pagina Facebook di Adriana De Mitri

Vi invito a cercare fra i ricordi di famiglia, potreste avere un padre, un nonno, uno zio un fratello che hanno vissuto questa drammatica esperienza senza averla mai raccontata.
Quello degli IMI fu un esercito di 650mila, fra soldati semplici, sottufficiali e ufficiali che all’indomani dell’8 settembre fecero una scelta eroica senza mai sentirsi eroi, si rifiutarono di continuare a servire il fascismo, per non uccidere i propri fratelli. Scelsero la deportazione. Semplicemente per non uccidere.
Quella degli IMI fu la resistenza non violenta, di cui si è parlato poco nel corso di questi anni.
Oggi riscoperta e rivalutata dopo anni di silenzio.



N.d.A. Un ringraziamento particolare ad Adriana che ha voluto condividere con noi la storia del suo amato papà. Pubblichiamo di seguito, in ordine cronologico di uscita, i link ad alcuni degli scritti che Adriana gli ha voluto dedicare in questi anni.
Ne consigliamo vivamente la lettura.

Vent’anni senza di te ↗

Assolutamente autodidatta, disegnava e realizzava mobili d’arte bellissimi di cui rimane traccia in molte case leccesi. Era un uomo generoso, leale, capace di scelte difficili. Era stato deportato nel Campo di lavoro di Buchenwald per non aver aderito alla Repubblica di Salò

Tienimi stretta la mano ↗

Lui mi ha insegnato il valore della libertà e il coraggio. Laicamente condivido con voi, virtualmente vicini, questo ricordo di mio padre e alcune parole in versi.

A mio padre ↗

Confuso, spaesato, ha camminato nel cuore della notte, per raggiungere la sua casa paterna, per suonare a quella porta, e scoprire che solo lui stava vivendo quel tempo, che il tempo era passato e in quella casa non c’erano più suo padre, sua madre, i suoi fratelli, i suoi nipoti amatissimi.


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