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editoriale

Lo ius soli sportivo
è un abominio

Giovanni Malagò, presidente del CONI, sull’onda travolgente dell’entusiasmo azzurro figlio delle medaglie mulatte conquistate a Tokyo, si è speso in prima persona e con fermezza sulla opportunità, anzi, sulla necessità di adottare lo ius soli per gli atleti che non hanno ancora cittadinanza ma sono nati in Italia.

E’ giusto integrare un ragazzo o una ragazza o un transgender che non ha la cittadinanza ma è dotato di uno spiccato talento sportivo tale da garantire all’Italia un meritato prestigio nel corso delle manifestazioni internazionali.

E un ragazzo o una ragazza o un transgender che non ha la cittadinanza, che raccoglie i pomodori o le angurie in un campo del sud Italia martoriato dal caldo e dalla fatica e che non può far vincere all’Italia nessuna medaglia alle Olimpiadi non sarebbe degno dello ius soli?

Beh si certo che si, ma diamo precedenza a coloro da cui noi, italiani, possiamo trarre vantaggio.

Ah quindi non è per favorire l’integrazione? Si, come no, è per quello… che poi si tragga vantaggio noi è solo una conseguenza.

Ah ecco signor Malagò, mi sembrava quasi che la sua esternazione prefigurasse una integrazione interessata che di spirito umanitario e solidale non avesse assolutamente nulla. Mi sbagliavo e a questo punto la ringrazio per questo sponsor istituzionale che guarda caso è arrivato subito dopo la vittoria italiana (?) americana (?) dei 100 metri (ma è solo una coincidenza, ne sono certo).

Cosa sta dicendo l’anima di Andreotti? Ah, che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre si indovina?

No, no, il signor Malagò è una persona perbene e pensar male nel suo caso è disdicevole e abominevole…

… proprio come l’idea di uno ius soli sportivo.

Ad maiora


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